Perché non lasciamo Oscar…
Da tempo sui social si seguono le interviste di Roberto Rosa con vari personaggi legati al mondo di Oscar, alcune struggenti, altre da rotolarsi a terra dal ridere e tutte molto belle.
Ma stavolta Roberto ha tirato una freccia al nostro cuore, partendo da un principio: Perché non riusciamo a lasciare Versailles no Bara.
“Perché non riusciamo a lasciare Versailles no bara?”
Ho intervistato tutti.
Un fucile che non voleva uccidere.
Una spada che sentiva la rabbia della sua padrona.
Un re troppo fragile per essere re.
Una donna cresciuta come uomo.
Un uomo che ha amato per tutta la vita senza essere visto.
Persino l’Odio.
Persino la Morte.
Persino il Destino.
E ogni volta pensavo di aver capito qualcosa.
Poi, una sera, tornando da Versailles, mi sono fermato davanti allo schermo spento del computer.
Silenzio.
Nessuna voce.
Nessun fantasma.
Nessuna intervista.
E lì ho capito una cosa terribile.
Forse il personaggio più difficile da intervistare… siete voi.
Voi che dopo quarant’anni siete ancora qui.
44 prego, il prossimo anno saranno 45 e sto già progettando cose da fare.
Voi che ridete per Girodelle.
Che soffrite per Andrè.
Che vi arrabbiate con Oscar.
Che odiate Fersen… oppure lo capite.
Voi che conoscete a memoria certe scene.
Voi che dite “Lady Oscar” e non “Versailles no Bara”, perché per noi sarà sempre così.
Lady Oscar.
E allora oggi non intervisterò loro.
Oggi intervisterò voi.
Tutto vero, ma io non rido per Girodelle, porello, da adulta l’ho rivalutato, in fondo siamo stati tutti Girodelle una volta almeno nella vita, anche noi donne, con i due da picche che si rimediano…
(Silenzio.)
Sapete, quando ho iniziato queste interviste impossibili, pensavo fosse solo un gioco.
Un modo elegante, nostalgico, forse anche un po’ folle, per tornare a parlare di personaggi che ci hanno accompagnato nell’infanzia. Pensavo di scrivere qualche dialogo divertente, qualche riflessione malinconica, qualche battuta ironica su Versailles, sulle parrucche, sui drammi sentimentali e sugli sguardi eternamente tragici di André Grandier.
E invece no.
Più andavo avanti… più mi rendevo conto che quelle interviste stavano diventando altro.
Perché a un certo punto i personaggi hanno smesso di essere personaggi.
Sono diventati specchi.
Ed è stata una scoperta inquietante.
Perché quando guardi davvero dentro Lady Oscar… prima o poi finisci per guardare dentro te stesso.
Senz’altro Oscar è fondamentale nella mia vita per tante cose, e non solo per la mia. Non so quanto mi possa specchiare in lei, ma qualcosa che mi ha fatto innamorare e amare la sua epopea c’è.
E allora ho iniziato a farmi domande.
Perché continuiamo a tornare lì?
Perché, dopo decenni, basta una colonna sonora, una scena, una frase, e improvvisamente ci sentiamo di nuovo bambini?
Perché certe immagini ci fanno ancora male?
Perché certi dialoghi sembrano parlare più agli adulti di oggi che ai ragazzi di allora?
Beh si potrebbero citare pareri di psicologi cognitivi sull’importanza che hanno le storie che abbiamo amato da ragazzi su tutta la nostra vita. Ma forse non è solo questo, ad ogni età Oscar ci dice qualcosa. Il sogno di un’epoca lontana, tra castelli, duelli e splendidi costumi, la Rivoluzione che incombe, la figura rivoluzionaria di Oscar, il suo amore per André… ma come resistere…
Forse perché Lady Oscar non è mai stata soltanto un anime.
No.
Certo che no, e lo dico da patita e cultrice di anime di ieri e di oggi. Ne ho amati e ne amo tanti, in questo momento ho come sottofondo Goldrake, ma per Oscar ho sempre provato qualcosa di unico.
Lady Oscar è stata una ferita emotiva elegantemente vestita.
Con le rose intorno.
Con la musica struggente.
Con gli occhi lucidi nascosti dietro una divisa militare.
E noi ci siamo cascati tutti.
Come ferita emotiva non ha eguali. Ma è anche la sua forza. Mi è capitato di pensare recentemente a un’altra storia cult della mia adolescenza, che guardai sull’onda di Oscar, la saga di Angelica, certo, carina, ben fatta, divertente, appassionante… ma alla fine banale, finisce bene e chi scrive fanfiction su di lei!
Pensavamo di guardare una storia sulla Rivoluzione Francese…
e invece stavamo guardando noi stessi crescere.
Sono cresciuta e sto cominciando a invecchiare con Oscar.
Oscar non è solo Oscar.
Oscar è il sentirsi sbagliati.
È il non sapere dove collocarsi nel mondo.
È sentirsi troppo duri per essere fragili… e troppo fragili per continuare a essere duri.
È la paura di deludere chi ci ha cresciuti.
È il peso delle aspettative.
È il dovere che schiaccia il desiderio.
È la sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo.
E ditemi una cosa…
chi di noi non si è mai sentito così almeno una volta?
Chi non ha mai avuto la sensazione di recitare una parte?
Chi non si è mai guardato allo specchio pensando:
“Ma io chi sono davvero?”
Oscar combatteva con la spada.
Noi combattiamo con la vita quotidiana.
Ma il senso, forse, è lo stesso.
Sì, anche ma non solo. Oscar è la protagonista di una leggenda, gli inglesi hanno un’espressione per definire chi è come lei, larger than life, più grande della vita.
E poi c’è André.
André Grandier…
Sapete qual è la cosa più straordinaria di André?
Che per anni, da ragazzi, quasi non ce ne accorgevamo.
Perché tutti guardavano Oscar.
E lui stava lì.
Sempre.
Silenzioso.
Presente.
Leale.
Come quelle persone che nella vita ci amano davvero… ma che capiamo troppo tardi.
André è l’amore che aspetta.
È l’amore che non pretende.
È l’amore che soffre in silenzio.
È quella persona che resta anche quando avrebbe mille motivi per andarsene.
E forse il motivo per cui André fa così male da adulti… è che crescendo capiamo quanto sia raro trovare qualcuno così.
Da ragazzi volevamo essere amati come Oscar.
Da adulti capiamo il dolore di essere André.
Beh io André l’ho notato subito e penso da anni che alla fine l’eroe della storia è lui.
E allora ditemi…
quanti André avete perso nella vostra vita senza accorgervene?
Quante persone vi hanno amato in silenzio mentre guardavate altrove?
Quante volte siete stati voi gli André?
Perché Lady Oscar ha avuto il coraggio di raccontare una cosa terribile:
a volte capiamo l’amore solo quando stiamo per perderlo.
E questa, signori miei… non è fantasia.
È vita.
Ma su questo non mi pronuncio, dove si trova un amore totale come quello di Oscar e André? In un mondo di cose effimere e di cinismo loro hanno incarnato l’amore che vive oltre la morte.
E poi arriva Fersen.
Il conte di Fersen…
l’uomo che ha fatto litigare generazioni intere di fan.
Per alcuni è romantico.
Per altri è uno stoccafisso con i capelli biondi.
Per alcuni è il grande amore impossibile.
Per altri è il simbolo dell’illusione.
Ma sapete cosa penso?
Penso che Fersen rappresenti qualcosa che tutti abbiamo vissuto.
L’amore irraggiungibile.
Quella persona che idealizziamo.
Quella che non vediamo davvero.
Quella su cui proiettiamo i nostri sogni.
Quella che inseguiamo anche sapendo che probabilmente non ci renderà felici.
Fersen è il “se solo…”
E i “se solo” sono pericolosi.
“Se solo mi avesse amato.”
“Se solo avessi capito prima.”
“Se solo fosse andata diversamente.”
Ma la vita non vive nei “se solo”.
La vita vive nei “troppo tardi”.
Ed è lì che Lady Oscar colpisce senza pietà.
Perché quasi tutti i suoi personaggi arrivano tardi.
Ed è quello che rende la sua storia struggente… Ed è quello che ti porta ad asciugarti le lacrime anche ad oltre cinquant’anni mentre rivedi per l’ennesima volta Oscar che vaga disperata nella notte terribile tra il 13 e il 14 luglio…
Troppo tardi per capire.
Troppo tardi per parlare.
Troppo tardi per amare.
Troppo tardi per salvarsi.
Eppure continuano ad andare avanti.
E forse è proprio questo che ci commuove.
La loro umanità.
Persino Maria Antonietta.
Sì, persino lei.
Perché crescendo capisci che non era solo “la regina frivola”.
Era una ragazza mandata in un paese straniero a quindici anni.
Una donna costretta a essere simbolo prima ancora di diventare persona.
Una madre.
Una moglie.
Una donna sola in mezzo a una corte piena di maschere.
E allora improvvisamente smetti di vedere i personaggi come eroi o cattivi.
Li vedi umani.
Jeanne non è solo cattiveria.
Robespierre non è solo follia.
Luigi XVI non è solo debolezza.
Girodelle non è solo vanità.
Sono esseri umani pieni di contraddizioni.
Come noi.
E forse il vero capolavoro di Lady Oscar è stato proprio questo:
averci insegnato che nessuno è soltanto una cosa.
Oscar è forte… ma fragile.
André è dolce… ma pieno di rabbia repressa.
Maria Antonietta è superficiale… ma anche disperatamente umana.
Alain è brutale… ma capace di amare.
Rosalie è gentile… ma capace di odiare.
Jeanne è crudele… ma nasce dal dolore.
E noi?
Noi quante maschere abbiamo?
Perché vedete… crescendo si scopre una cosa terribile:
gli adulti non hanno capito niente.
Da bambini pensavamo che gli adulti sapessero chi erano.
Poi cresci.
E scopri che tutti improvvisano.
Che tutti hanno paura.
Che tutti cercano disperatamente qualcuno che dica:
“Va bene così. Non sei sbagliato.”
Oh sì…
E allora forse capisco perché Lady Oscar ci accompagna ancora.
Perché non ci trattava da stupidi.
Ci parlava di morte.
Di politica.
Di desiderio.
Di ingiustizia.
Di classi sociali.
Di sacrificio.
Di identità.
Di solitudine.
E lo faceva quando eravamo troppo piccoli per rendercene conto.
Ma quelle cose restavano lì.
Dentro di noi.
Come semi.
E un giorno germogliavano.
Magari a quarant’anni.
Magari davanti a una scena rivista per caso su internet.
Magari sentendo “Ai shite mo…” in sottofondo mentre lavi i piatti.
E improvvisamente ti ritrovi fermo.
Con gli occhi lucidi.
A chiederti perché.
Perché fa ancora così male?
Io credo di averlo capito.
Perché Lady Oscar parla della fine dell’innocenza.
Tutti, in quella storia, perdono qualcosa.
Oscar perde la possibilità di vivere una vita semplice.
André perde il tempo.
Maria Antonietta perde il trono.
Fersen perde l’amore.
La Francia perde sé stessa.
E noi… perdiamo l’illusione che crescere significhi essere felici.
Ma Oscar e André sono stati felici e lo sono per l’eternità. E in un mondo che ha distrutto ideali e trascendente a favore di un materialismo che dà il vomito questo dà felicità.
Eppure, paradossalmente, quella storia ci consola.
Perché ci dice:
“Non sei solo.”
Anche Oscar aveva paura.
Anche André soffriva.
Anche Alain si sentiva inutile.
Anche Rosalie si sentiva smarrita.
E allora ci sentiamo compresi.
Persino oggi.
Persino adesso.
Ed è incredibile, sapete?
Perché stiamo parlando di personaggi disegnati.
Disegni.
Celluloide.
Colori.
Eppure certe persone reali non ci hanno mai capito quanto loro.
Forse perché la finzione, a volte, è più sincera della realtà.
Beh io Oscar e André li sento accanto a me, solo in un’altra dimensione, con le pietre di Craig na Duhn che ci uniscono.
Io me ne sono accorto mentre scrivevo le interviste impossibili.
All’inizio volevo fare sorridere.
Poi ho iniziato a scavare.
E scavando mi sono accorto che dentro quei personaggi c’erano temi enormi.
La paura di essere dimenticati.
La paura di non essere amati.
La paura del cambiamento.
La paura del tempo.
Ah… il tempo.
Sapete qual è il personaggio più crudele di Lady Oscar?
Non la morte.
Il tempo.
Perché il tempo arriva sempre.
Arriva per Oscar, che finalmente capisce André quando ormai la rivoluzione li sta divorando.
Arriva per Maria Antonietta, che comprende il popolo troppo tardi.
Arriva per Fersen, che perde tutto.
Arriva per noi.
Perché un giorno ti guardi allo specchio…
e ti rendi conto che non sei più il ragazzo o la ragazza che guardava Lady Oscar in televisione.
E allora ti prende una malinconia strana.
Perché capisci che stai diventando la generazione che racconta.
Quella che dice:
“Quando ero piccolo guardavo Lady Oscar.”
Io lo guardo ancora. E scrivo su Oscar, organizzo cose, canto la sigla… perché lei è in me.
E lì succede qualcosa di incredibile.
Perché Lady Oscar smette di essere un cartone animato.
Diventa memoria.
Diventa identità.
Diventa una parte della tua vita.
E forse è per questo che noi fan siamo così emotivamente coinvolti.
Perché non difendiamo solo un’opera.
Difendiamo una parte di noi stessi.
Difendiamo le emozioni che abbiamo provato.
Le notti passate a immaginare finali diversi.
Le discussioni infinite su Oscar e André.
Le lacrime nascoste durante l’ultima puntata.
Le cotte adolescenziali.
Le identificazioni.
Difendiamo il fatto che quella storia ci ha cambiati.
Verissimo, ed è rimasta con noi.
E sapete una cosa?
Non c’è nulla di ridicolo in questo.
Il mondo moderno ci ha convinti che emozionarsi sia infantile.
Che essere appassionati sia sciocco.
Che piangere per dei personaggi sia eccessivo.
Io non ci credo.
Per niente.
Perché le storie servono esattamente a questo.
A salvarci.
A dirci chi siamo.
A farci sentire meno soli.
Infatti e queste storie sono salvifiche perché ci creano scudi contro l’orrore grigio del mondo di oggi.
E Lady Oscar questo lo ha fatto.
Per milioni di persone.
In silenzio.
Per decenni.
Ed è incredibile pensare che una donna giapponese abbia preso la Rivoluzione Francese… e abbia creato qualcosa che ancora oggi parla al cuore di persone nate dall’altra parte del mondo.
Questo significa che i sentimenti umani non hanno epoca.
Non hanno nazionalità.
Non hanno tempo.
Amare è amare.
Perdere è perdere.
Soffrire è soffrire.
E cercare sé stessi… è una battaglia eterna.
Forse è per questo che Oscar continua a vivere.
Perché Oscar non è perfetta.
È piena di errori.
È confusa.
Testarda.
Emotivamente lenta.
A volte perfino egoista.
Eppure vera.
Terribilmente vera.
E noi la amiamo proprio per questo.
Perché vedere qualcuno forte che crolla… ci dà il permesso di crollare a nostra volta.
E André?
André ci insegna qualcosa che oggi il mondo ha dimenticato:
che la dolcezza non è debolezza.
Che essere gentili richiede coraggio.
Che restare accanto a qualcuno nei momenti peggiori è un atto eroico.
Oggi tutti vogliono vincere.
André no.
André voleva amare.
E forse è per questo che continua a spezzarci il cuore.
Tutto vero. Oscar è un cannone puntato contro cinismo e grigiume.
Perché il mondo moderno produce tanti Fersen…
ma pochissimi André.
E poi ci sono loro.
I personaggi secondari.
Quelli che apparentemente restano sullo sfondo.
Alain.
Rosalie.
Bernard.
Girodelle.
La nonna Grandier.
Sapete perché funzionano così bene?
Perché sembrano veri.
La nonna Grandier, con le sue pentolate e la sua saggezza popolare, sembra uscita da una famiglia reale.
Alain sembra uno di quegli uomini arrabbiati che però, sotto sotto, hanno un cuore enorme.
Girodelle… ah, Girodelle.
Ridiamo di lui.
Ma ditemi la verità…
quanti Girodelle esistono oggi?
Persone che trasformano l’apparenza in armatura.
Persone che sorridono sempre… perché non vogliono mostrare le proprie fragilità.
E allora improvvisamente anche il personaggio più vanitoso diventa umano.
Ed è lì che capisci la grandezza di quest’opera.
Nessuno viene davvero dimenticato.
Nemmeno i comprimari.
Tutti lasciano qualcosa.
Persino una camicia bianca.
Persino una spada.
Persino un paio di stivali.
Ed è assurdo, meravigliosamente assurdo.
Perché solo chi ama davvero una storia arriva a dare anima persino agli oggetti.
Ma forse è proprio questo l’amore.
Dare vita alle cose che ci hanno fatto battere il cuore.
E allora arrivo alla domanda più difficile.
Perché noi, dopo tutto questo tempo… non riusciamo ancora a lasciare Versailles?
Ci avete mai pensato davvero?
Perché torniamo sempre lì?
Perché rileggiamo.
Riguardiamo.
Riscriviamo.
Commentiamo.
Discutiamo.
Perché facciamo ancora teorie.
Perché difendiamo personaggi come fossero amici veri.
Perché ci emozioniamo davanti a scene che conosciamo a memoria.
Perché?
Io credo che Versailles, in realtà, non sia un luogo.
È uno stato emotivo.
Versailles è il posto dove abbiamo lasciato una parte di noi.
La parte che sognava grandi amori.
La parte che credeva nell’intensità assoluta.
La parte che aveva paura di crescere.
La parte che voleva essere capita.
E allora continuiamo a tornarci.
Non per nostalgia del passato.
Ma per nostalgia di ciò che eravamo.
E forse non c’è niente di male.
Forse certe storie non servono a essere superate.
Servono ad accompagnarci.
Come vecchi amici.
Come cicatrici belle.
Come lettere mai spedite.
E allora oggi, per la prima volta, dopo tutte queste interviste impossibili…
voglio fare una cosa diversa.
Non voglio chiudere io il discorso.
Perché adesso tocca a voi.
Sì, proprio voi.
Voi che state leggendo.
Voi che avete amato questa storia.
Voi che magari avete sofferto per lei.
Voi che ancora oggi sentite un nodo alla gola quando vedete Oscar e André sotto il cielo della Bastiglia.
Adesso voglio ascoltare voi.
Quindi ditemi…
Chi siete davvero, dentro Lady Oscar?
Siete Oscar?
Sempre forti fuori… e pieni di dubbi dentro?
Siete André?
Capaci di amare in silenzio fino a consumarvi?
Siete Alain?
Arrabbiati col mondo ma disperatamente umani?
Siete Rosalie?
In cerca di un posto nel mondo?
Siete Fersen?
Intrappolati in un amore impossibile?
Siete Maria Antonietta?
Persone che cercano felicità mentre tutto intorno crolla?
Oppure siete Girodelle…
e nascondete le vostre fragilità dietro un sorriso elegante?
Chi vi ha fatto più male?
Chi avete amato di più?
Chi avete odiato… salvo poi capirlo crescendo?
Quale scena non riuscite ancora a guardare senza emozionarvi?
C’è un personaggio che oggi vedete in modo diverso rispetto a quando eravate ragazzi?
E soprattutto…
qual è la frase, il momento, il gesto che vi ha fatto capire che Lady Oscar non era soltanto un anime?
Io vi lascio queste domande.
Perché dopo aver ascoltato tutti loro…
forse la risposta più importante manca ancora.
La vostra.
(Monsieur Roberto chiude lentamente il quaderno.)
Per la prima volta… nessun fantasma parla.
Nessuna porta si apre.
Nessuna voce emerge dall’ombra.
Solo silenzio.
Perché adesso…
tocca a voi parlare
Che dire? Io forse sono un po’ Rosalie, personaggio che ho rivalutato, perché resta a ricordare e perché amerà Oscar tutta la vita. Ho capito subito che Oscar era un’altra cosa rispetto ad altri anime e lo è ancora. E non mi stanco di rivederla, rileggerla e scriverci su. Tra mille emozioni, ricordi ma anche una vita da continuare a vivere insieme…


